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Semifinale di F.A. Cup – Roberto Martínez: “Abbiamo bisogno di un titolo che ci faccia sognare”

| aprile 23, 2016 1:27 pm

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Si giocherà questo pomeriggio a Wembley Park la prima Semifinale di F.A. Cup, che vedrá di fronte Everton e Manchester United, due squadre che stanno completando una stagione negativa e cercano nel torneo calcistico piú antico del mondo una consolazione alle disgrazie di un anno sciagurato. I “Toffies”, in particolare, vengono da una bruttissima sconfitta in Premier League, un 0-4 ad Anfield Road nel derby contro il Liverpool Mercoledí scorso. Questa sera, peró, potrebbero celebrare l’accesso ad una Finale che manca da sette anni in un torneo che non vincono da ben ventuno: l’ultimo trionfo risale, infatti, al 1995, quando superarono proprio il ManU.
Pochi giorni dopo quell’ultima gioia, Roberto Martínez Montoliú metteva per la prima volta piede nel Regno Unito, iniziando una avventura che non immaginava si sarebbe protratta fino ai giorni nostri. Il manager catalano del club di Liverpool ha parlato alla vigilia del match odierno col quotidiano spagnolo “El País”, analizzando l’importanza della sfida che lo attende e ricordando questi ventun’anni in cui il football inglese si è evoluto e lui è passato dal campo alla panchina: «Andai via a 21 anni. Ho vissuto piú tempo qui che in Spagna».

Ed effettivamente, il suo nome non è riconosciutissimo in terra iberica. Male. Perché parliamo di un tecnico da 262 gare in Premier League. Consecutive. Dei venti allenatori dell’attuale Premier, piú gare consecutive le ha fatto solo Arséne Wenger, che ne accumula 1116. Parlando di F.A. Cup, è stato il secondo spagnolo a giocarla (dopo Nayim) ed il primo a segnarvi un gol, difendendo lo scudo del Wigan contro il Runcorn Town. Ed è stato il primo a vincerla come manager, tre anni fa, allorquando allenava il Wigan e superò in Finale il Manchester City di Roberto Mancini. Martínez parte dall’inizio, ricordando il suo sbarco nel Regno Unito con i connazionali Isidro Díaz e Jesús Sebas: «Ci trattarono molto bene. Qui avevano visto giusto un paio di camerieri spagnoli e non si immaginavano calciatori giocando qui, pensavano che non avremmo resistito all’inverno».
La sua storia non è quella di una stella come i grandi nomi di oggi dei Silva, Mata, Cesc, etc. Mediano di qualità, giunse ad un Wigan allora in terza serie e dopo sei anni partí per girovagare tra Motherwell, Walsall, Swansea e Chester. Nel club oggi allenato da Francesco Guidolin iniziò la sua carriera in panchina. «Gli spagnoli al calcio inglesi apportano pausa. Il gioco britannico è coast-to-coast. Lo spagnolo porta creatività, è un giocatore che pensa, che da assist, passaggi tra le linee. I tecnici spagnoli, invece, apportano tattica: magari non abbiamo il loro spirito, ma sappiamo gestire meglio i tempi di gioco. Io, comunque, ho anche un punto di vista anglosassone, perché ho fatto tutta la mia carriera qui». Ed è vero. Dopo due anni allo Swansea, nel 2009 passó al Wigan, dando il salto alla Premier League. Quattro anni dopo, col club campione di F.A. Cup ma retrocesso in League Championship, passó all’Everton, dove spera di restare ancora: «Mi piacerebbe. Questa è la mia terza stagione ed abbiamo avuto gradi esperienza, grandi momenti. I tifosi sono speciali ed il club geneticamente e storicamente è vincente. Negli Anni Ottanta videro molti trionfi e la mia aspirazione è ritrovare quei sentimenti e quelle vittorie. Perció abbiamo bisogno di un titolo che ci faccia sognare ed ora abbiamo vicina questa opportunitá».
L’opportunitá se la giocherá oggi alle ore 5:15pm locali (18:15 italiane) contro i “Red Devils” guidati da Louis Van Gaal. Ma l’Everton non ha paura. Giá lo scorso mese fece fuori un’altra grande, il Chelsea, rifilandogli un 2-0 (doppietta di Romelu Lukaku) a Goodison Park. E prima erano caduti per mano loro Bornemouth, Carlisle e D&R. «Ci attende un rivale difficile», avverte il catalano, «peró l’importante è che i tifosi blu a Wembley ci spingano e facciano la differenza tra le due squadre. Siamo lí, per la prima volta da quando sono arrivato, ed è sempre stata nostra ambizione lottare per un titolo che i nostri tifosi si meritano».

Per farlo, proporrà un gioco offensivo e ragionato, lui che si ispira al recentemente scomparso Johann Cruyff, da cui dice di aver appreso a credere in una idea di gioco sempre e comunque. E, con quell’insegnamento, oggi dice di potersi guardare alle spalle con orgoglio: «L’orgoglio di aver vinto partite con la mia idea di gioco, di aver visto risultare vincenti scommesse che han dato i loro frutti a lungo termine. Aver difeso una idea mi rende felice, non ho mai rinunciato a ció in cui credo, non ho giocato all’inglese ma ho saputo anche adattarmi. Ho fatto il mio soffritto con quello che ho sentito ed a volte è risultato bene ed altre meno. Di quest’anno non posso essere soddisfatto, devo ammetterlo».
L’Everton, infatti, dopo la sconfitta nel derby è undicesimo in Premier League, con 41 punti ed alla pari con Watford e Bornemouth dodicesimo e tredicesimo, praticamente salvo ma lontanissimo dai posti che danno accesso all’Europa. In League Cup, invece, ha raggiunto le Semifinali, perse (vittoria 2-1 in casa e sconfitta 1-3 in trasferta) contro il Manchester City. La F.A. Cup è, dunque, l’occasione di rivincita, di sistemare una stagione altrimenti negativa, di accedere all’Europa e di vincere un trofeo che manca da troppo tempo.

 

Mario Cipriano

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Category: Everton, FA, FA Cup e Capital One, Home, Manchester United, Premier League